Intervista di Gay.it a Mario Di Carlo di EDGE su IA e persone LGBTQIA+: “Mi preoccupa l’utilizzo dell’intelligenza artificiale da parte di attori malevoli”.
L’intelligenza artificiale può amplificare discriminazioni già presenti nella società, renderle meno visibili o nascondere le identità e persino dedurre informazioni personali mai dichiarate. E il problema non riguarda solo ChatGPT o i sistemi generativi: gli algoritmi sono già presenti in tutti gli ambiti, dai social network, alla selezione del personale, dalle banche alla sanità.
Da questa consapevolezza, nel 2021 EDGE – LGBTI+ Leaders for Change ha avviato il progetto “A+I – Algoritmi + Inclusivi”, dedicato al rapporto tra intelligenza artificiale, discriminazioni e inclusione delle persone LGBTQIA+. Il lavoro è confluito nel report Intelligenza artificiale e inclusione delle persone LGBTQIA+, pubblicato nel maggio 2026.
A coordinare il progetto è stato Mario Di Carlo, avvocato, tra i fondatori di EDGE ed ex presidente dell’associazione, oggi impegnato nelle relazioni istituzionali e nel progetto Algoritmi+Inclusivi. Gay.it lo ha intervistato per capire quali siano oggi i rischi maggiori e perché, secondo Di Carlo, un algoritmo discriminatorio non sia soltanto un problema di diritti: è prima di tutto un sistema che funziona male.
“L’intelligenza artificiale non esiste”: perché bisogna parlare di sistemi di IA
Di Carlo parte da una precisazione che considera essenziale: “L’intelligenza artificiale non esiste. Quelli che esistono sono tanti modelli, tante tecniche, tanti sistemi di intelligenza artificiale”.
Non è una provocazione contro l’IA, ma un modo per ricordare che ogni sistema è frutto di scelte e responsabilità. “Il modello diventa rilevante quando lo usiamo”, spiega Di Carlo. ChatGPT è un sistema, così come lo sono i sistemi che selezionano i contenuti sui social o suggeriscono cosa guardare su Netflix.
Per questo EDGE parla soprattutto dei “sistemi di intelligenza artificiale”, ricordando che bisogna guardare alle caratteristiche di ognuno.
Alla base ci sono dati, algoritmi, capacità computazionale e competenze umane. È lungo questa catena che possono inserirsi errori, distorsioni e pregiudizi, dai dati usati per addestrare e verificare i modelli fino alle scelte di chi li progetta, li sviluppa o li utilizza.
Ed è proprio da qui che EDGE ha iniziato a interrogarsi sui possibili effetti sulle persone LGBTQIA+.
Perché EDGE iniziò a occuparsi di bias algoritmici già nel 2021
Quando il progetto nacque, l’esplosione dell’intelligenza artificiale generativa era ancora lontana. “Avevamo attorno a noi casi evidenti di utilizzi dell’intelligenza artificiale che producevano effetti discriminatori in base all’origine etnica e in base al genere”, racconta Di Carlo. Basta guardare un documentario come Coded Bias.
Erano i fenomeni più visibili anche perché coinvolgevano gruppi numericamente molto grandi e discriminazioni relativamente più semplici da individuare. Il ragionamento del gruppo di lavoro fu quasi immediato: “Se le ragioni stanno nelle informazioni storiche presenti nei dati, in come sono costruiti i dati e nei bias che le persone si portano con sé nel momento in cui scrivono e governano gli algoritmi, se ce n’è per il genere e per l’origine etnica, sicuro ce n’è anche per l’orientamento sessuale e l’identità di genere”.
Da qui la decisione di andare a cercare ciò che fino a quel momento era stato studiato molto meno. Il progetto nacque inizialmente da un gruppo composto da Di Carlo, Alessandra Galli, Damiano Terziotti e Luca Trevisan, informatico e teorico degli algoritmi, scomparso nel 2024. EDGE avviò quindi una serie di interviste con interlocutori provenienti da mondi differenti: informatica, impresa, istituzioni, sindacato, università, sociologia e antropologia.
